La forza delle parole – siamo vittime o carnefici?

 

Le telefonate di aziende e colleghi che cercano commis, capopartita, sous chef preparati sono davvero tante. Ed ogni volta mi domando: “come mai non si trovano operatori, nonostante le scuole pubbliche e private ne sfornino a centinaia, se non a migliaia, ogni anno accademico?”. E se il problema fosse il valore del nome? La mia, come sempre, vuole essere una provocazione. Nel vagare sul web mi rendo conto che tutta la comunicazione sui corsi di cucina di qualsivoglia natura è legata alla parola Chef, ovvero a come diventarlo in un tempo più o meno breve. La comunicazione ridondante e continua sui media di qualsiasi forgia e natura, in un mondo iperveloce che brucia tutto in tempi brevissimi, ha fatto sì che si sia persa completamente la percezione del tempo. Perché ovviamente è il tempo ciò che serve a formare un professionista, non solo il titolo di studio. Ma allora dove sta l’inghippo? Cosa c’è nella testa delle persone? Proviamo a guardarla in questi termini: siccome sono uno chef, siccome ho studiato, siccome per un verso o per l’altro ho speso molto per studiare… se sono uno Chef non posso pulire le patate o fare il commis. Se sono uno chef, il ristoratore deve farmi fare la “mia” cucina, se sono uno chef devo cercare la stella, o agganci per arrivare in televisione, non posso limitarmi a stare lì fra le pentole ad accontentare le persone (che pagano fra l’altro). La necessità per i media di aver qualcosa di cui parlare a “colpo sicuro” e a basso costo ha fatto sì che un mestiere bello e dignitoso sia diventato il mostro perfetto. Vi ricordate cosa succedeva negli anni addietro con il famoso Ragioniere del nord? Nell’immaginario collettivo era il più alto riconoscimento a cui si potesse aspirare. Faremo fatica ad uscire da questa impasse e spero che non finisca come negli altri di settori che di volta in volta sono diventati non tanto importanti quanto “famosi”. Mai come ora non conta ciò che è, ma ciò che la gente immagina attraverso i modelli raccontati. Sta a noi, “maturi anagraficamente e quindi professionalmente”, mantenere la barra a dritta per cercare di riportare il tutto dentro il recinto della consapevolezza, con buona volontà, anche se costa fatica. Se vogliamo bene al mondo della cucina in tutte le sue sfaccettature, dobbiamo per forza aiutarlo a ritornare con i piedi per terra, poiché la cucina per l’umanità è ben più che un vestito o un’automobile all’ultimo grido. Noi siamo coloro che usano tutti i 4 elementi della vita: terra, aria, fuoco ed acqua. E’ davvero tanto per poterla prendere alla leggera.

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Speranza q.b.

“Per rendere un uomo felice, riempi le sue mani di lavoro, il suo cuore di affetto, la sua mente con uno scopo,
la sua memoria con conoscenze utili, il suo futuro di speranza, e il suo stomaco di cibo.”
Frederick E. Crane

 

Trovo queste parole sempre attuali ed estremamente calzanti per APCI. In un momento storico in cui siamo ubriacati da eventi di cucina da palcoscenico, in cui copioni, attori e musiche travolgenti la fanno da padroni, ci ritroviamo – quasi a tradimento – in una storia reale, che racconta una professione faticosa, che necessita formazione, tutela e tanta quotidiana determinazione. Riempi le sue mani di lavoro. Quello del cuoco è difficile, questo è innegabile. Ma il lavoro rimane sempre il punto fisso che aiuta ogni uomo ad avere dignità, soddisfazione nella quotidianità ed equilibrio… E’ il principale antidoto per saziare lo spirito di iniziativa di tanti giovani. Il suo cuore di affetto. Ho visto nascere delle relazioni incredibilmente profonde tra cuochi delle più disparate estrazioni, ruoli e competenze, relazioni che li hanno cambiati e migliorati. La nostra Squadra Nazionale #APCIChefItalia ne è l’esempio più attuale, così come i direttivi delle delegazioni regionali: attraverso il dialogo e la condivisione del quotidiano si costruiscono amicizie vere e armoniche. La sua mente con uno scopo. Qui il passaggio è facile. La condivisione associativa aiuta a stimolare proposte e progetti, garantendo la consapevolezza che insieme si possa costruire, o Ri – costruire – ed iniziare nuove avventure, porsi nuovi obiettivi. La sua memoria con conoscenze utili. La strada che porta alla conoscenza passa dagli incontri con le persone giuste. Nella dimensione associativa tutto questo è più facile, perché si crea un network di relazioni, nel quale si apprende da formatori e consulenti, ma soprattutto dalle esperienze nel vivere la propria vita. Il suo futuro di speranza. Chi mi conosce bene sa che speranza è una delle mie parole preferite, perché rende liberi di pensare al futuro! Ottimista fino al midollo, impronto ogni percorso di APCI tenendo fisso l’obiettivo di proporre, senza aspettare inermi, e dare delle risposte concrete, pensando in grande! Il suo stomaco di cibo. Ed ecco la parte più facile, edonistica, quella che ci viene meglio, diciamolo! Convivio, condivisione, gusto… e la felicità è assicurata!

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Editoriale