La forza delle parole – siamo vittime o carnefici?

 

Cappello si, cappello no. Giacche colorate o giacca bianca? Cucina fusion o molecolare? Chef televisivo o cuoco da battaglia? Con le stelle o senza le stelle? Convegni, show cooking, raduni, campionati del mondo, contest del territorio, cibo in provincia, in regione, in treno…chi più ne ha, più ne metta. Forse il gioco ci è scappato di mano! L’impressione è davvero che quello che era un mestiere atto a soddisfare palato e pancia delle persone, sia diventato negli ultimi anni l’unico e ultimo momento di vita per gli italiani. Un paese moderno e colto dovrebbe essere orientato a discipline proiettate al futuro, o quantomeno futuribili. Un paese dove il pensiero è alto, non dovrebbe avere il cibo come fine ultimo, piuttosto come “accessorio”. Il cosiddetto sistema dovrebbe agevolare studio ed investimenti in settori più innovativi, anche nel mondo del cibo, il che non significa impuntarsi sulla salvaguardia per partito preso di un italianità vera o presunta. Un paese lungimirante dovrebbe investire nel comparto alimentare, non tanto tramite la promozione del prodotto (che spetta al privato che vende), ma grazie a tutti gli ambiti di ricerca, sviluppo, food engineering, passando per la formazione: tutti strumenti atti a trovare strade nuove per i metodi di coltivazione, per le caratteristiche dei cibi, per il loro impatto ambientale (forse non tutti sanno che l’agricoltura inquina più o meno come altri comparti produttivi). Siamo un paese che si preoccupa di rendere sostenibile nel tempo uno dei suoi comparti più importanti, non perché sostenuto, ma poiché vantaggioso per tutti.A noi cuochi il compito di interpretare queste materie prime fin dalla parte progettuale, in modo che scienza e ricerca in campo alimentare siano mediate dalla parte emotiva di coloro che il cibo lo amano a tal punto da dedicarci gran parte della vita, spesso senza aver in cambio nient’altro che la faccia grata e soddisfatta dei propri commensali.

Anche noi abbiamo bisogno di una rinascita oggettiva e non comunicata, anche noi abbiamo bisogno di sognare un nuovo futuro, perché il futuro lo vogliamo scrivere e non vogliamo farcelo raccontare.

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L’ispirazione del successo

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo  Cit. Ghandi

Lo chef Massimo Bottura è un brillante esempio di come si può essere il cambiamento, di come un singolo può modificare il concetto di ristorazione, sfruttando il successo e la professionalità per puntare l’attenzione su temi di alto livello etico e sociale – come dimostra il suo grande impegno nella realizzazione dei Refettori in tutto il mondo-. Ma non solo, è anche grazie a lui che la professione del cuoco e la gastronomia italiana sono sempre di più al centro, sia mediatico che culturale. A dominare la vetta del “The World’s 50 Best Restaurant 2018” è ancora una volta l’Italia, grazie allo chef Massimo Bottura e alla “sua” Osteria Francescana di Modena, per lui più di un semplice luogo di lavoro, è una seconda famiglia, il “suo cuore e la sua anima” dove condividere le gioie delle vittorie con tutto il team. Io penso che sul palco all’Euskaduna Palace di Bilbao abbia vinto tutto il nostro Bel Paese, tornato ancora una volta nella mappa dei Paesi gastronomici più importanti del mondo. Bottura, 3 Stelle Michelin, rinomatissimo, continua il suo impegno nella diffusione della cultura gastronomica italiana nel mondo. Una riflessione mi sorge spontanea in merito al messaggio che questo premio, a mio parere, porta in sé. Bisogna sempre coltivare i propri talenti e le proprie passioni, anche se impongono sacrifici, perché sono quelli che stimolano la creatività in cucina, come nella vita. Bottura ci è di esempio, perché ha fatto della sua passione il suo lavoro, la sua ispirazione quotidiana, la linfa vitale che ogni giorno gli permette di creare vere e proprie opere d’arte partendo da ingredienti semplici. Non è importante quale sia la musa ispiratrice, l’area di applicazione (catering, hotellerie, collettiva, ristorazione), il livello da dove si parte. Per avere successo occorre seguire i propri sogni, inseguirli a volte, anche se sembrano andare sempre troppo veloci rispetto a te. E partire – o ripartire – con entusiasmo per la propria avventura.  Il che non vuol dire prendere le cose con superficialità, anzi, perché le più grandi imprese si pianificano meticolosamente, con pazienza e buona volontà. Meglio preoccuparci o occuparci del nostro quotidiano? Per me, senza dubbio, la seconda! Buona estate a tutti voi, a chi lavora e a chi riposa! Arrivederci a settembre!

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