In conflitto costante

Starbucks si/Starbucks no,
stellati si/stellati no,
piatti tradizionali si/cucina innovativa no

Viviamo in una condizione di continuo conflitto, come se ogni argomento fosse la scusa perfetta per scaricare le proprie ansie o malumori nei confronti di qualcuno o qualcosa. Sono diverse le cose che spaventano in un “gioco” di questo tipo, perché sembra che tutti vadano contro tutti, anche contro di noi, indipendentemente dalla parte per cui facciamo il tifo. Mi sembra di essere in uno di quei vecchi alberghi a gestione familiare, in un ambiente simile ad un ghetto della peggior specie, dove la regola dividi et impera sembrava la chiave di tutto, perchè se maître e chef sono in contrapposizione, si possono dormire sonni tranquilli. Ve lo ricordate? Sono passati almeno 30 anni, ma questo era uno dei motivi per cui decisi che non volevo stare nel mio paese o, nel caso peggiore, volevo cambiare mestiere. Qualcuno mi dirà che era comunque un mio problema (allora mi dicevano “troppo delicato”). Ma anche questo non mi piace, poiché è scontato che a vivere con i piedi nel letame prima o poi i piedi puzzano. Questo, per me era impossibile da accettare. Cosa sto cercando di dirVi? Che oramai, dai social alla politica, alle poche volte che ci si trova vis à vis fra colleghi, la sensazione è sempre quella del conflitto, del pensiero negativo, polemico ed accusatorio, a prescindere da tutto. Non riusciamo più a concedere il beneficio del dubbio, fosse anche per un maldestro tentativo di fare qualcosa. Tutto questo ci abbruttisce, è di cattivo esempio per i nostri figli e per i nostri ragazzi in cucina e, cosa ancora più grave, è qualcosa che consente ai burocrati che ci governano di fare quello che vogliono, come vogliono e quando vogliono, poiché siamo troppo impegnati a farci la guerra fra di noi, cuochi e non. Estremizzare sembra essere lo slogan: estremizzare il giudizio fra le persone, estremizzare le professioni (ci avete mai pensato?), estremizzare la paura. E ancora: telegiornali con solo brutte notizie che si susseguono, un bisogno smisurato di parlare e descrivere il negativo, tanto da inventarsi anche informazioni false pur di gridare qualcosa di scandaloso per attirare l’attenzione. Personalmente, e con il vostro aiuto, vorrei dire no a questo modello che sta corrodendo e distruggendo tutto, compresa la nostra professione. In che modo? Non lo so, ma proviamoci. Questo editoriale non vuole essere un giudizio a noi in quanto categoria, ma uno spunto di riflessione, affinché ognuno di noi cominci a fare qualcosa di piccolo, in apparenza anche insignificante, ma che sommato al lavoro di tutti inverta una tendenza che altrimenti ci porterà in un mondo in cui non vorrei veder crescere i miei nipoti.

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#SanPa: un cammino fatto di autostima,
dignità, responsabilità ed entusiasmo

“Ognuno di noi porta con sé un sogno
e ognuno di noi ha diritto ad una occasione,
ed è un peccato perderla per strada.” (cit.)

 

Per la ventunesima edizione del nostro Congresso Les Toques Blanches d’Honneur abbiamo scelto la sede di San Patrignano, comunità di accoglienza che dal 1978 ospita persone con gravi problemi di droga, e che ha saputo diventare un’eccellenza del saper fare e del Made in Italy. Per organizzare il Congresso, ho avuto il privilegio di visitare e conoscere San Patrignano e alcuni dei suoi ragazzi, con le loro #Sanpa storie: 1.300 storie di abisso e di luce, di fragilità e forza, di cadute e di mani che aiutano a rialzarsi. Di occhi, di sguardi, di sorrisi e di pianti. Queste storie sono di tutti, perché a tutti è capitato di aver bisogno di un abbraccio e non avere il coraggio di chiederlo. Queste storie ci hanno spinti a portare sulla collina duecento chef in divisa per conoscere i ragazzi della comunità, per creare da una parte un percorso di interazione concreta e operativa con i nostri cuochi, dall’altra una condivisione di valori importanti: l’onestà, l’impegno, il rispetto per se stessi e per gli altri, la solidarietà, la capacità di relazione. Circondati da aiuto sincero e da persone che non giudicano. Non ultimo, il lavoro come opportunità per riqualificare la propria quotidianità. I ragazzi di Sanpa che ho incontrato sostengono che l’elemento decisivo del loro lavoro sia la coesione di gruppo. Un fatto morale e affettivo, ben prima che tecnico. Una chiave di lettura della professione e della vita che incarna esattamente quanto auspico per la nostra attività associativa. E poi c’è il cibo. Il cibo a Sanpa è famiglia, è convivialità, è amore per le cose buone. Sono le persone dietro all’offerta ristorativa a parlare attraverso i prodotti e il servizio, sono le loro storie, di come si sono appassionati nello scoprire le ricette e nell’apprendere una formazione professionale altamente specializzata. Vi aspettiamo a #Sanpa al nostro Congresso, sono certa che i cuochi APCI e i ragazzi della comunità sapranno insieme trovare la loro piena espressione, di gusto.

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